Saluti da Yokohama
Avevo acquistato a luglio "Formal expressions for Japanese interaction", dell'Inter-University Center for Japanese Language Studies di Yokohama, ed ora, a dicembre, ho finalmente a disposizione tutto ciò che mi occorre per poterlo studiare. Un giorno.
Quattro mesi. Quattro mesi in cui i miei progetti sono stati di nuovo stritolati.
Da un po' di tempo mi sento come il Giappone che Renatu Pisu descrive in un articolo di dieci anni fa. "I giapponesi non si aspettano nessun cambiamento per il 2010, l' anno della Tigre, potente, agile, rapida. Sono talmente depressi che non osano nemmeno pensare al futuro, non azzardano previsioni nemmeno per il domani. Eppure sembra ieri quando si vantavano di avere tutte le carte per diventare il "Number One" nell' arena mondiale, essendo secondi, allora, soltanto agli Stati Uniti: e prima dello scoppio della Bolla, alla fine degli anni Ottanta, si sentivano vicini al sorpasso. Sono passati appena due decenni e di quel sogno di gloria non rimane nemmeno il ricordo. «Eravamo ridicoli, come bravi scolaretti che vogliono la medaglia di primo della classe» commentava pochi giorni fa nella rubrica della posta dei lettori del quotidiano Asahi un ingegnere in pensione."Anche io non mi aspetto nessun cambiamento per il 2021, e anche io non azzardo nessuna previsione nemmeno per il domani. Ma per quanto il mio sole possa essere calante come quello che dà il titolo all'articolo, per ora mi rallegra che qualcuno a Yokohama mi abbia risposto per aiutarmi, e mentre ascolto Takako Mamiya (間宮貴子), 真夜中のジョーク, mi ricordo che si può essere anche così: nostalgicamente contenti, adesso.



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